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Antropologia ubiqua

Anthropology
Ethnography
Culture

Published on 2/11/2026

Written by Massimo Canevacci

Ubiquità è un concetto che ho “incontrato” in un contesto estraniato. Vivevo e insegnavo in Brasile, a São Paulo, e con affannata regolarità tornavo almeno due volte l’anno a Roma, quella che era la mia città. Parlando con amici tra le due metropoli, percepii che la mia esperienza soggettiva stava vivendo un processo in cui lo spazio (tra due continenti) e il tempo (tra fusi orari) stavano modificando la loro tradizionale regola. Avevo avvertito già negli anni ’90 del secolo scorso queste quotidianità sfasate, ma solo con l’affermazione piena del digitale tutto cambiò di segno. Scoprii che  le mie esperienze diventavano ubique e che stavano trasformando le relazioni tra me e gli altri. Non solo: anche all’interno di me stesso le coordinate spazio-tempo mutavano lasciandomi disorientato più del solito e persino la mia identità accelerava fluttuazioni nonostante la mia scelta di vivere con lentezza. In ogni caso, posso sostenere che sono state le mie iniziali esperienze personali a farmi interrogare se qualcosa stesse cambiando sul tema classico dell’identità in relazione all’ubiquità.

In questo articolo presento una prospettiva antropologica sul concetto chiave dell’ubiquità: ubiquitime. Le culture digitali e la comunicazione stanno trasformando la distinzione classica dello spazio-tempo, favorendo esperienze decentralizzate e non lineari. Affermazione sempre più condivisa è che la rete è ubiqua e quindi l’ubiquità caratterizza le relazioni soggettive spazio-temporali (umane e non umane) di Internet. Ubiquitime espande anche un inquieto montaggio di concetti sincretici e metodi polifonici nella cultura digitale. Accenno  solo alle differenze tra il concetto teologico di ubiquità e l’emergere dell’ubiquità digitale: non è più Dio che ti osserva ovunque ma il cellulare che  interconnette tempi, spazi, identità, morale.

Xavante (Mato Grosso) (foto dell’autore)

Xavante (Mato Grosso) (foto dell’autore)

Ubiquitime intreccia immanenze logico-sensoriali di carattere materiale/immateriale; esprime tensioni al di là del dualismo egemonico o dicotomico regressivo; mescola aspetti autoritari, tendenze liberazioniste, atteggiamenti indifferenti. Ubiquità intreccia e modifica non solo lo spazio, ma anche il tempo. E il tempo ubiquo non è previsto dalla teologia con-solidata.

Questa ipotesi affronta l’incrocio tra la dimensione non-lineare del tempo e quella fluttuante dello spazio: il cui risultato si va definendo, per l’appunto, ubiquo. Ubiquità è il concetto centrale-decentrato quanto problematico che emerge trasformato nei suoi significati tradizionali. Il cambio di senso della parola è determinato da un soggetto che, inserito nei flussi della comunicazione digitale, vive l’esperienza quotidiana in cui le classiche coordinate spazio/temporali si mescolano e si trasformano. L’accelerazione di identità ubique presenta uno dei maggiori eventi del nuovo millennio da analizzare attraverso un’etnografia indisciplinata. Già nel 1988 Mark Weiser (2016) aveva  anticipato questo processo basato sull’ubiquitous computing, affermando che l’ubiquità - caratterizzante le relazioni di spazio/tempo nella comunicazione digitale - coinvolgeva umani e non-umani. Il tradizionale paradigma dicotomico tra essere umano (antropos) e merci, cose, oggetti non-umani si andava dissolvendo nell’aria di pixel, per parafrasare una celebre frase di Marx ed Engels. Tale questione metteva in discussione il tradizionale antropocentrismo della cultura occidentale.

Le conseguenze espansive nel digitale nell'inconscio ottico elaborato da Benjamin (1966) nell'analogico rimescola le pulsioni visuali tra skin e screen che sono verificabili in significative esperienze quotidiane. Da queste premesse nasce e si sviluppa la mia attuale ricerca sul corpo d'occhio, un'espansione ottica che si inserisce negli spazi corporei - umani e non - proliferando e determinando fluttuanti coscienze identitarie.

Rivoluzione digitale e accelerazione di comportamenti pragmatici prefigurano identità ubique che possono favorire risultati problematici. Non solo la bellezza di attraversare i limiti spazio/temporali in un processo liberatorio e moltiplicativo della propria soggettività; ma anche per la perdita di certezze territoriali dell’io che causa l’espansione di micro-razzismi, nostalgie immaginarie di tempi perduti e spazi purificati. Le conseguenze presentano scenari ambigui e conflittuali che riassumo così:

Il soggetto cosmopolita è liberamente ubiquo, culturalmente sincretico, narrativamente polifonico, transitivo nelle identità - e convive conflittualmente con le regressioni della personalità digital-autoritaria, diffuse nel restauro di una identità fissa, territoriale, lavorativa, familiare, psichica. Identità Una.

Foto di campo. Massimo Canevacci, Domingos Mahoroe’o, cacique Xavante e Sergio  (paulista).

Foto di campo. Massimo Canevacci, Domingos Mahoroe’o, cacique Xavante e Sergio (paulista).

Si tratta, dunque, di affrontare etnograficamente tale sfida per cercare di risolverla in senso progressivo e liberatorio, senza perdere di vista la complessità di ritardi, indifferenze, pregiudizi, razzismi che investono molte persone nelle loro anomiche moralità. Forse l’alleanza digitale tra anomia e moralità è una della cause dell’attuale scollamento nella solidarietà pubblica e privata. Nella comunicazione digitale il soggetto si rivela facilmente e temporaneamente anomico, privo di qualsiasi regola, legittimato a sfidare ogni morale pre-stabilita, grazie alla possibilità acquisita di essere visibile. Un panorama ottico e anomico dell'"io" amorale.

Il concetto di ubiquo può stabilire relazioni privilegiate tra culture sincretiche e tecno-comunicazione. Senza ripercorrere la storia di tale concetto, un concetto affine è simultaneità. I futuristi hanno affermato e amato tale concetto, applicandolo sia nelle arti plastiche (pittura e scultura) che in quelle performatiche, in cui le declamazioni di poesie, musiche, racconti erano presentate appunto in simultanea nei palcoscenici. Attualmente l’ubiquo digitale esprime tensioni oltre il dualismo material/immateriale. Da qui le possibilità ubiquie-polifoniche-diasporiche-sincretiche-feticiste che esprimono un oltre le opposizioni binarie, funzionali a ricondurre la condizione umana dentro il dominio di una ratio dicotomica. Le identità ubique potrebbero muoversi al di fuori del controllo politico verticale, della razionalità monologica, di una fenomenologia lineare.

Ubiquità è l’immaginazione esatta che congiunge o attraversa culture ibride, arti visuali, design espanso, comunicazione digitale; il suo risvolto identitario affronta i resti o le tracce di quei soggetti che rivendicano passati perduti e infanzie mai più ritrovate.

Ho accennato che la stessa identitá del ricercatore non rimane identica a sé stessa, in quanto svolge relazioni diagonali nei diversi contesti. Tale identitá è piú flessibile rispetto al passato industrialista, è un’identità che oscilla tra tempi-spaziati che si muovono dentro-e-fuori la cornice (frame) del soggetto, spesso contro la sua volontà. Per cui anche l’occhio etnografico deve farsi ubiquo per decodificare la coesistenza di codici discordanti (scritti, visuali, disegnati, musicali, mixati) e praticare narrazioni altrettanto differenziate attraverso composizioni polifoniche (Bachtin, 1988). Tale esperienza non significa smaterializzazione dei rapporti interpersonali: essa attesta una complessa rete di connessioni psico-corporee, ottiche e manuali, cerebrali e immaginarie che smuovono l'immobilità del soggetto.

L’ubiquità culturale e identitaria connette il villaggio (aldeia) e la metropoli. Un antropologo innovatore, quale George Marcus (1995), ha elaborato il concetto di multi-sited ethnography, con cui egli sottolinea  che l’attuale ricerca empirica non è più, come in passato, centrata su un solo e unico territorio (es. il villaggio indigeno), bensì scorre incessantemente tra contesti diversi, tra aldeia e metropoli, tra codici e siti una volta strutturalmente separati e che ora sono incrociati, simultanei e soprattutto ubiqui. Qualsiasi ricerca etnografica sul campo si trova di fronte uno scenario cultural-comunicazionale non più basato sulla fissità localista, bensì soprattutto su flussi multi-sited, cioè i diversi siti (nel senso di luoghi) sono attraversati da molti siti (nel senso di social network). Di conseguenza il rapporto classico tra familiare e straniero si compone di intrecci e rovesciamenti concettuali e comportamentali che coinvolgono uno studente, un professore, un lavoratore, un amico Bororo.

L'ubiquità si manifesta indisciplinata e sfasata psicologicamente, territorialmente e politicamente. Forse per questo il suo risultato politico (non partitico) è imprevedibile.

Sources

Bachtin M., 1988, L’autore e l’eroe, Einaudi, Torino.

Benjamin W., 1966, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, **Torino.

Marcus G., 1995, Ethnography in/of the World System the Emer­gence of Multi-sited Ethnography, in Annual Review of Anthropology, 24, pp. 85-117.

Weiser M., 2016, Computer Science Challenges for the Next 10 Ye­ars, Rutgers University, New Brunswick.

Last updated: 2/11/2026