Immaginari disobbedienti. Antropologia e design per ripensare lo sguardo.
Immaginari disobbedienti. Antropologia e design per ripensare lo sguardo.
Published on 1/10/2026
Written by Martina Conte
Antropologia e design della comunicazione si presentano superficialmente come due entità separate e distanti, la prima dedita all’osservazione e all’interpretazione delle culture, la seconda orientata alla produzione di artefatti e sistemi visivi al fine di comunicare.
Tuttavia, scavando più a fondo, si può notare come esse non siano soltanto unità differenti, ma come invece si nutrano della stessa materia: l’alterità; l’antropologia studiandola, il design mettendola in scena, organizzandone le narrazioni, le relazioni e il tessuto sociale.
La produzione di artefatti comunicativi, infatti, non è mai neutra. Essa agisce a tutti gli effetti come attore attivo culturalmente, politicamente e socialmente.
Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza sempre più diffusa alla semplificazione. Molti processi, siano essi economici, culturali o comunicativi, vengono ridotti a schemi rapidi, facili da leggere e da utilizzare. Questa spinta nasce dal bisogno di orientarsi in un mondo iperconnesso, in cui la circolazione globale di persone, immagini e informazioni ci espone a una condizione di precarietà e instabilità senza precedenti. Di fronte a tale complessità, la reazione prevalente è quella di riportare ordine e chiarezza, cercando soluzioni che restituiscano un’apparente stabilità. Anche il design della comunicazione viene spesso chiamato a semplificare, a tradurre la complessità in forme immediatamente leggibili.
Eppure, come suggerisce la filosofa Donna Haraway, la sfida non consiste nel ridurre la complessità, ma nell’imparare a viverla. ‹‹ Stare con il problema ›› (Haraway, 2019: p. 16) significa accettare che la realtà sia irriducibile e stratificata, che i fenomeni siano intrecciati, porosi, in continua contaminazione tra di loro e talvolta persino contraddittori, e che non esistano soluzioni univoche o definitive.
La sfida non è quindi solamente teorica, ma profondamente politica.
È necessaria una rottura definitiva dei paradigmi che attualmente guidano il design, i quali tendono alla separazione e all’esclusione, ripensando la pratica progettuale come pratica ontologica, in grado di riflettere non tanto sulle sue finalità quanto sulle implicazioni ontologiche delle premesse e quindi: quali relazioni vengono valorizzate? Quali mondi sono resi possibili o impossibili? Quali soggettività vengono incluse?
Cambiando paradigma è quindi possibile pensare la pratica del design e il ruolo del progettista nella loro dimensione situata, contestuale, relazionale e vulnerabile, in grado di coltivare relazioni e di ricucire ciò che è stato escluso.
Il dialogo tra antropologia e design della comunicazione dovrebbe prendere in esame l’esigenza di voler raccontare e proporre una decolonizzazione progettuale, con l’obiettivo, da un lato di mappare strumenti teorici per comprendere la natura costruita e mutevole dell’identità, e quindi delle omologazioni culturali, mostrando come esse siano sempre il frutto di scelte, un taglia e cuci fatto di narrazioni e relazioni; dall’altro, proporre prospettive progettuali che consentano di immaginare un design visivo capace di resistere alle logiche di omologazione e di aprire spazi di possibilità, dove l’alterità e la pluralità non vengano neutralizzate, ma riconosciute come parte costitutiva dei processi identitari.
Per quanto riguarda lo sviluppo metodologico affrontato per la messa a punto della riconcettualizzazione della pratica progettuale, esso risente dell’influenza antropologica e, quindi, di un approccio teorico incentrato sullo scavo e sulla decostruzione: scavando le radici filosofiche, storiche e antropologiche del concetto di identità e decostruendo i dispositivi culturali e comunicativi alla luce della globalizzazione, dei flussi transnazionali e della crisi delle appartenenze.
A questo si affianca una prospettiva critico-progettuale, che combina l’analisi teorica con la messa a punto di strumenti operativi. Centrale in questa fase è il processo che porta al re-imparare, possibile grazie all’incontro con autori come l’antropologo Arturo Escobar e la filosofa Donna Haraway, che hanno permesso di ripensare il design non come disciplina neutrale, ma come pratica profondamente politica, ontologica e relazionale.
La riflessione nasce dall’accettazione del designer come figura “nel mezzo” di un sistema che lo esalta come agente del cambiamento, ma che al tempo stesso lo vincola a logiche produttive, estetiche e professionali che ne limitano profondamente il potenziale trasformativo.
Questa ambiguità/tensione può, tuttavia, diventare uno spazio generativo. Se accettata come condizione strutturale, non da risolvere, bensì da abitare, essa apre la possibilità di ripensare radicalmente la pratica progettuale. Re-imparare assume quindi il significato di disimparare le narrative interiorizzate sulla funzione salvifica del design e aprirsi a un fare situato, sensibile ai contesti, orientato alla relazione più che alla soluzione. In questa prospettiva, il design può assumere un carattere decoloniale solo se inizia a mettersi in discussione partendo da sé, ridefinendo il proprio ruolo con l’altro, in una relazione che non ha nulla di salvifico ma tutto di trasformativo.
La conseguenza di questo processo è l’apertura a un’epistemologia del margine, e quindi un insieme di pratiche e di saperi che nascono all’interno dei luoghi periferici, siano essi geografici, culturali, politici, e che mette al centro l’atto di progettare con, non sopra o per, ma insieme a soggetti, comunità e contesti.
Da questa prospettiva, il design, insieme all’antropologia, potrebbe non tanto offrire soluzioni definitive, quanto proporre chiavi di lettura e strumenti interpretativi capaci di restituire la complessità, non solo del mondo, ma soprattutto delle esperienze umane che lo attraversano.
Ci sono molti immaginari che si nutrono dei margini e del precario, che resistono nonostante le rovine. L’invito rimane quindi sempre lo stesso: stare con il problema e progettare con le differenze, per immaginare mondi in cui il design non sia un dispositivo di esclusione, ma una pratica fatta di relazioni, contaminazioni e cura.

Il concetto di complessità in Haraway D. attraverso la metafora delle string figures.

Il pluriverso di Escobar A.: coesistenza di molteplici mondi non riducibili a un’unica razionalità.
Sources
Appadurai A., 1996, Modernity At Large: Cultural Dimensions of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis e Londra. [tr. it. Modernità in polvere, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001].
Escobar A., 2018, Designs for the Pluriverse: Radical Interdependence, Autonomy, and the Making of Worlds, Duke University Press, Durham e Londra.
Haraway D. J., 2016, Staying with the Trouble - Making Kin in the Chthulucene, Duke University Press, Durham e Londra. [tr. it. Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto. Produzioni Nero, Roma, 2019].
Lorusso S., 2024, What Design Can't Do: Essays on Design and Disillusion, Set Margins', Eindhoven.
Pater R., 2016, The Politics of Design: A (Not So) Global Design Manual for Visual Communication, BIS Publishers, Amsterdam.
Remotti F., 1996, Contro l'identità, Laterza, Bari.
Remotti F., 2010, L'ossessione identitaria, Laterza, Bari.
Antropologia e design della comunicazione si presentano superficialmente come due entità separate e distanti, la prima dedita all’osservazione e all’interpretazione delle culture, la seconda orientata alla produzione di artefatti e sistemi visivi al fine di comunicare.
Tuttavia, scavando più a fondo, si può notare come esse non siano soltanto unità differenti, ma come invece si nutrano della stessa materia: l’alterità; l’antropologia studiandola, il design mettendola in scena, organizzandone le narrazioni, le relazioni e il tessuto sociale.
La produzione di artefatti comunicativi, infatti, non è mai neutra. Essa agisce a tutti gli effetti come attore attivo culturalmente, politicamente e socialmente.
Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza sempre più diffusa alla semplificazione. Molti processi, siano essi economici, culturali o comunicativi, vengono ridotti a schemi rapidi, facili da leggere e da utilizzare. Questa spinta nasce dal bisogno di orientarsi in un mondo iperconnesso, in cui la circolazione globale di persone, immagini e informazioni ci espone a una condizione di precarietà e instabilità senza precedenti. Di fronte a tale complessità, la reazione prevalente è quella di riportare ordine e chiarezza, cercando soluzioni che restituiscano un’apparente stabilità. Anche il design della comunicazione viene spesso chiamato a semplificare, a tradurre la complessità in forme immediatamente leggibili.
Eppure, come suggerisce la filosofa Donna Haraway, la sfida non consiste nel ridurre la complessità, ma nell’imparare a viverla. ‹‹ Stare con il problema ›› (Haraway, 2019: p. 16) significa accettare che la realtà sia irriducibile e stratificata, che i fenomeni siano intrecciati, porosi, in continua contaminazione tra di loro e talvolta persino contraddittori, e che non esistano soluzioni univoche o definitive.
La sfida non è quindi solamente teorica, ma profondamente politica.
È necessaria una rottura definitiva dei paradigmi che attualmente guidano il design, i quali tendono alla separazione e all’esclusione, ripensando la pratica progettuale come pratica ontologica, in grado di riflettere non tanto sulle sue finalità quanto sulle implicazioni ontologiche delle premesse e quindi: quali relazioni vengono valorizzate? Quali mondi sono resi possibili o impossibili? Quali soggettività vengono incluse?
Cambiando paradigma è quindi possibile pensare la pratica del design e il ruolo del progettista nella loro dimensione situata, contestuale, relazionale e vulnerabile, in grado di coltivare relazioni e di ricucire ciò che è stato escluso.
Il dialogo tra antropologia e design della comunicazione dovrebbe prendere in esame l’esigenza di voler raccontare e proporre una decolonizzazione progettuale, con l’obiettivo, da un lato di mappare strumenti teorici per comprendere la natura costruita e mutevole dell’identità, e quindi delle omologazioni culturali, mostrando come esse siano sempre il frutto di scelte, un taglia e cuci fatto di narrazioni e relazioni; dall’altro, proporre prospettive progettuali che consentano di immaginare un design visivo capace di resistere alle logiche di omologazione e di aprire spazi di possibilità, dove l’alterità e la pluralità non vengano neutralizzate, ma riconosciute come parte costitutiva dei processi identitari.
Per quanto riguarda lo sviluppo metodologico affrontato per la messa a punto della riconcettualizzazione della pratica progettuale, esso risente dell’influenza antropologica e, quindi, di un approccio teorico incentrato sullo scavo e sulla decostruzione: scavando le radici filosofiche, storiche e antropologiche del concetto di identità e decostruendo i dispositivi culturali e comunicativi alla luce della globalizzazione, dei flussi transnazionali e della crisi delle appartenenze.
A questo si affianca una prospettiva critico-progettuale, che combina l’analisi teorica con la messa a punto di strumenti operativi. Centrale in questa fase è il processo che porta al re-imparare, possibile grazie all’incontro con autori come l’antropologo Arturo Escobar e la filosofa Donna Haraway, che hanno permesso di ripensare il design non come disciplina neutrale, ma come pratica profondamente politica, ontologica e relazionale.
La riflessione nasce dall’accettazione del designer come figura “nel mezzo” di un sistema che lo esalta come agente del cambiamento, ma che al tempo stesso lo vincola a logiche produttive, estetiche e professionali che ne limitano profondamente il potenziale trasformativo.
Questa ambiguità/tensione può, tuttavia, diventare uno spazio generativo. Se accettata come condizione strutturale, non da risolvere, bensì da abitare, essa apre la possibilità di ripensare radicalmente la pratica progettuale. Re-imparare assume quindi il significato di disimparare le narrative interiorizzate sulla funzione salvifica del design e aprirsi a un fare situato, sensibile ai contesti, orientato alla relazione più che alla soluzione. In questa prospettiva, il design può assumere un carattere decoloniale solo se inizia a mettersi in discussione partendo da sé, ridefinendo il proprio ruolo con l’altro, in una relazione che non ha nulla di salvifico ma tutto di trasformativo.
La conseguenza di questo processo è l’apertura a un’epistemologia del margine, e quindi un insieme di pratiche e di saperi che nascono all’interno dei luoghi periferici, siano essi geografici, culturali, politici, e che mette al centro l’atto di progettare con, non sopra o per, ma insieme a soggetti, comunità e contesti.
Da questa prospettiva, il design, insieme all’antropologia, potrebbe non tanto offrire soluzioni definitive, quanto proporre chiavi di lettura e strumenti interpretativi capaci di restituire la complessità, non solo del mondo, ma soprattutto delle esperienze umane che lo attraversano.
Ci sono molti immaginari che si nutrono dei margini e del precario, che resistono nonostante le rovine. L’invito rimane quindi sempre lo stesso: stare con il problema e progettare con le differenze, per immaginare mondi in cui il design non sia un dispositivo di esclusione, ma una pratica fatta di relazioni, contaminazioni e cura.
Sources
Appadurai A., 1996, Modernity At Large: Cultural Dimensions of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis e Londra. [tr. it. Modernità in polvere, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001].
Escobar A., 2018, Designs for the Pluriverse: Radical Interdependence, Autonomy, and the Making of Worlds, Duke University Press, Durham e Londra.
Haraway D. J., 2016, Staying with the Trouble - Making Kin in the Chthulucene, Duke University Press, Durham e Londra. [tr. it. Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto. Produzioni Nero, Roma, 2019].
Lorusso S., 2024, What Design Can't Do: Essays on Design and Disillusion, Set Margins', Eindhoven.
Pater R., 2016, The Politics of Design: A (Not So) Global Design Manual for Visual Communication, BIS Publishers, Amsterdam.
Remotti F., 1996, Contro l'identità, Laterza, Bari.
Remotti F., 2010, L'ossessione identitaria, Laterza, Bari.
Last updated: 1/10/2026